
Qualche giorno fa ho fatto un esperimento. Ho chiesto a ChatGPT una “dieta dimagrante”. La risposta è arrivata rapida, cortese, precisa: mi ha chiesto età, sesso, peso, altezza, obiettivo di peso, livello di attività fisica e preferenze alimentari. In pochi secondi, ero già a un passo dall’ottenere una dieta “personalizzata”. E lì mi sono fermata. Perché io sono un Medico Nutrizionista e quello che ho visto mi ha fatto riflettere.
Oggi siamo immersi in una realtà che ci ha abituati al “tutto e subito”. Viviamo in una società che spesso guarda alla salute con la stessa logica con cui si acquista un paio di scarpe online: vogliamo risultati rapidi, poca spesa, zero attese. Applichiamo una visione consumistica e individualista anche al percorso di cura, perdendo di vista il valore del rapporto umano. Ma la salute non è un prodotto. È una relazione.
Rivolgersi a chatbot per dimagrire sembra la soluzione perfetta per risparmiare e fare in fretta in un mondo che corre, frenetico, e non ci dà sosta. AI ci illude di poter fare da soli e placa la nostra paura di esporci e di affrontare certe fragilità. Crediamo di ricevere una dieta “personalizzata”, mentre in realtà otteniamo un elenco di cibi e uno schema basato su dati auto-riferiti, spesso incompleti o inesatti. Ma la nutrizione clinica non è una formula. Non si riduce a calorie e tabelle.
Dietro all’impostazione di un piano alimentare personale c’è una anamnesi approfondita, la valutazione della storia ponderale e delle diete già eseguite, delle condizioni di salute e di patologia, della famigliarità, del rapporto con il cibo, delle abitudini di vita, del livello di stress, del ciclo mestruale nelle donne, della qualità del sonno e molto altro. Oltre all’imprescindibile esame antropometrico e plicometrico con strumenti professionali, al fine di ottenere dati precisi e veritieri sulla composizione corporea, spesso è necessario eseguire un esame obiettivo e/o visionare o prescrivere degli esami ematochimici. Dietro a tutto questo c’è lo studio, l’aggiornamento costante, l’esperienza pratica e la presenza umana di un professionista che può guardarti negli occhi, riconoscere segni obiettivi, porre e porsi delle domande, suggerirti risultati ragionevoli e il giusto percorso per raggiungerli.
Affidarsi a una dieta prescritta da un’intelligenza artificiale può essere del tutto inefficace (perché può sbagliare, ebbene sì!), ma soprattutto può essere pericoloso. Può portare a carenze nutrizionali, squilibri metabolici, peggioramento di patologie preesistenti, disturbi del comportamento alimentare. E le volte in cui dovesse dare risultati veloci ed eclatanti… questi non saranno sostenibili nel tempo, perché manca ciò che davvero conta: l’educazione alimentare, il cambiamento dello stile di vita, il supporto nel costruire nuove abitudini sane, il rispetto della salute. Senza tralasciare il danno psicologico: la persona resta sola, senza un vero supporto, senza qualcuno che la ascolti, che la incoraggi, che corregga il tiro se necessario.
La relazione medico-paziente è parte integrante della terapia. È fatta di ascolto, di sorrisi, di incoraggiamenti, di riflessioni condivise. Nel mio lavoro, non mi limito a “prescrivere”. A volte penso ai miei pazienti anche fuori dallo studio. Mi capita di rivedere mentalmente una conversazione, di riflettere su un consiglio dato, di chiedermi come sta quella persona che una settimana fa aveva gli occhi lucidi, se sta facendo fatica o trovando beneficio nel seguire la mia dieta. Io penso che anche questa connessione nell’assenza sia determinante. Talvolta, nello scambio, anche io ricevo qualcosa, imparo, guarisco. È un rapporto che arricchisce entrambi e porta a risultati reali, condivisi, duraturi. E tutto questo, semplicemente, non può succedere con un algoritmo, che una volta chiuso lo schermo, non esiste più.