IL MIO CORPO CHE CAMBIA – mamme e figlie a confronto

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In questi anni di attività come Medico Nutrizionista ho più volte incontrato pazienti donne, alcune giovanissime, altre giovani e meno giovani, alle prese con una difficoltà grande: accettare il proprio corpo, il proprio “peso ragionevole”, i cambiamenti che inevitabilmente avvengono nel tempo. Attuare una modificazione dello stile di vita e delle abitudini alimentari è fondamentale per migliorare la propria salute e il proprio benessere psicofisico… ma spesso non basta per “stare bene” davvero e raggiungere obiettivi duraturi! Occorre anche imparare ad amarsi, accettarsi così come si è, accrescere la propria autostima, curare la propria immagine e sapersi valorizzare in modo appropriato e con personalità. Alcune criticità nel rapporto con il proprio corpo emergono nell’adolescenza e accompagnano la donna in età adulta, condizionando talvolta la sua vita e in alcuni casi predisponendo a conflittualità con il cibo e disturbi del comportamento alimentare. Quando la psicologa dello sviluppo Silvia Spinelli mi ha coinvolta in questo progetto, assieme alla consulente d’immagine Maria Cristina Papalia e alla sessuologa Giovanna Verde, ho subito pensato che fosse una grande opportunità per affrontare in modo multidisciplinare tante problematiche riguardanti l’universo femminile.

IL MIO CORPO CHE CAMBIA
SABATO 20 OTTOBRE 2018

Sessuologa, Psicologa dello sviluppo, Consulente d’immagine e Nutrizionista: quattro donne, quattro mamme, quattro professioniste al servizio della vostra crescita!

COSA IMPARERETE IN QUESTA GIORNATA SPECIALE:

GRAZIE ALLA PROFESSIONALITÀ DI VIOLA MASSONE, MEDICO NUTRIZIONISTA: ad aderire in modo duraturo e soddisfacente ad un’alimentazione sana e un corretto stile di vita, per sentirvi bene con voi stesse, mantenere stabile il peso corporeo e preservare la vostra salute.

GRAZIE AI CONSIGLI DELLA consulente d’immagine&personal shopper Maria Cristina Papalia: a valorizzare la vostra immagine, ad analizzare volto e figura per creare armonia, al fine di comunicare con il proprio corpo e con gli altri, nella vostra massima espressione.

GRAZIE ALL’ ESPERIENZA DI GIOVANNA VERDE, SESSUOLOGA: ad affrontare serenamente i cambiamenti del vostro corpo, a scoprirne i segreti, per decidere con chi con-dividerli, nella vita reale o sui social

GRAZIE AI SUGGERIMENTI DI SILVIA SPINELLI, PSICOLOGA DELLO SVILUPPO: a rafforzare il vostro senso di autostima, la vostra sicurezza personale, e a scegliere le relazioni valorizzanti

PER CHI LO DESIDERA, SI PRANZA INSIEME!
Presso il TIFFANY LOUNGE, Via Da Verrazzano 43 Torino, con un menù bilanciato scelto dalla nutrizionista, e comprendente un piatto tris con primo secondo e contorno, una mousse di frutta, acqua e caffè.

STUDIO #DEGASPERI35 . cso De Gasperi 35 Torino

COSTO: 65 EURO A COPPIA MADRE-FIGLIA + 25 EURO A COPPIA PER IL PRANZO
(facoltativo)

ISCRIZIONI
Compilando il form:
https://docs.google.com/forms/d/1lfNUgHJCBXKOEKrm8k7cJya5TKI6XWGy6b0gQYnT1K8/edit

o contattando i numeri 3470846003 o 3921532515.

TIROIDITE DI HASHIMOTO: ALIMENTAZIONE E INTEGRAZIONE

TIROIDE

La Tiroidite di Hashimoto è la più frequente malattia autoimmune cronica caratterizzata dalla presenza nel sangue di autoanticorpi contro la tiroide e compromissione della funzionalità della ghiandola stessa.
Le manifestazioni cliniche della malattia sono diverse e includono gozzo diffuso o nodulare con eutiroidismo, ipotiroidismo subclinico o ipotiroidismo permanente. Spesso l’evoluzione della patologia comporta la necessità di una sostituzione farmacologica con levotiroxina per correggere l’ipotiroidismo e prevenire o trattare la sintomatologia associata.
Sebbene la Tiroidite di Hashimoto sia stata da sempre considerata una malattia causata principalmente da aberrazioni genetiche, per le quali l’adattamento ambientale comporterebbe soltanto una minima modificazione del rischio, negli ultimi anni sono stati condotti diversi studi scientifici per dimostrare il ruolo aggiunto della dietoterapia nella gestione della malattia e del suo andamento.
Il micronutriente essenziale della dieta per una adeguata funzionalità della tiroide e per la sua sintesi ormonale è lo iodio. L’assunzione giornaliera raccomandata di iodio corrisponde a 150 gr per gli adulti e 250 gr per le donne in gravidanza e allattamento. Un deficit di iodio può comportare diverse conseguenze con un ampio range clinico, dal gozzo fino al cretinismo nei casi più gravi in cui la carenza del micronutriente è marcata. Tuttavia, grazie ai programmi di iodizzazione del sale e, dunque, al comune utilizzo di sale iodato nella dieta, in più del 70% della popolazione mondiale il rischio di gravi carenze di iodio è stato annullato. Se da un lato lo iodio risulta essenziale per la funzionalità tiroidea, è stato dimostrato che una carenza lieve e trascurabile del micronutriente non comporterebbe ipotiroidismo, per una sorta di meccanismo di adattamento della ghiandola; al contrario, esiste una forte relazione tra eccessiva assunzione di iodio (rilevabile dalla sua concentrazione urinaria) e una più alta frequenza di tiroidite autoimmune e conseguente ipotiroidismo. Tale rischio è maggiore nelle aree geografiche ricche di iodio e nei casi in cui si assumano dosi in eccesso attraverso l’alimentazione. Dunque, una sovra- integrazione non giustificata di iodio in caso di tiroidite di hashimoto è da scoraggiare, fermo restando l’importanza di assumerne le adeguate quantità con la dieta, specie nelle donne in gravidanza.
Il selenio è un micronutriente essenziale della dieta con azione antiossidante e antinfiammatoria e con effetto sulla produzione attiva degli ormoni tiroidei. La tiroide è, infatti, l’organo con il più alto contenuto di selenio per grammo di tessuto. Il selenio è presente nel suolo ed entra nella catena alimentare attraverso le piante. Quindi, il livello di selenio di piante e animali dipende da quanto ne contiene il terreno stesso; l’attuale assunzione dietetica raccomandata di selenio negli adulti è compresa tra 55 e 75 g al giorno. I risultati di alcuni studi osservazionali e randomizzati hanno confermato l’efficacia del selenio e della sua integrazione nel ridurre i livelli di autoanticorpi contro la tiroide, migliorare la biodisponibilità della levotiroxina, contrastare l’ipotiroidismo autoimmune e prevenire la tiroidite post-partum. Dunque, in caso di tiroidite di hashimoto associata a carenza accertata di selenio, in particolare per le popolazioni di aree geografiche in cui il suolo è carente del micronutriente, la terapia di integrazione è raccomandata. Tuttavia, l’assunzione cronica e ingiustificata di grandi quantità di selenio può avere effetti avversi sulla salute umana e il consumo giornaliero superiore a 400 g di selenio potrebbe essere tossico e dannoso per il metabolismo degli ormoni della crescita e per la sintesi degli ormoni tiroidei stessi. Possibili e gravi effetti collaterali includono perdita di unghie e capelli, anoressia, diarrea, depressione, emorragia, necrosi epatica e renale, cecità, atassia, disturbi respiratori, dermatiti e disturbi del SNC.
Per il metabolismo della tiroide sono necessari adeguati depositi di ferro nell’organismo. L’enzima responsabile della produzione degli ormoni tiroidei diventa, infatti, attivo solo dopo l’associazione di ferro. I pazienti con ipotiroidismo autoimmune soffrono spesso di anemia sideropenica; inoltre, la gastrite autoimmune, che ostacola l’assorbimento del ferro, può essere una comorbilità della tiroidite di hashimoto. L’integrazione di ferro nelle donne anemiche con funzionalità tiroidea alterata migliora la sintesi ormonale.
Diversi studi hanno dimostrato una forte relazione tra deficit di vitamina D e autoimmunità tiroidea; inoltre, la terapia di integrazione con vitamina D risulta efficace nel ridurre il livello di autoanticorpi contro la tiroide nei pazienti con tiroidite di hashimoto ed è pertanto indicata. La vitamina D è attualmente considerata un modulatore dei processi di autoimmunità, sebbene non siano ancora chiari i meccanismi alla base di questa assunzione. Non è pertanto possibile per il momento stabilire con certezza se il deficit di vitamina D nei pazienti con tiroidite di hashimoto sia implicato nella patogenesi del disturbo oppure il risultato della malattia stessa.
Secondo la bibliografia medica internazionale, la tiroidite autoimmune e la malattia celiaca sono chiaramente associate. Ciò potrebbe essere spiegato dall’aumentata immunosensibilità dei pazienti con malattia celiaca, dal malassorbimento di elementi chiave come il selenio e lo iodio e dalla presenza di anticorpi che agiscono su entrambi i tessuti bersaglio. Secondo una metanalisi più recente, tutti i pazienti con tiroidite autoimmune dovrebbero essere sottoposti a screening sierologico per la celiachia, data l’aumentata prevalenza della coesistenza di questi due disturbi. Sulla base delle prove scientifiche che abbiamo a disposizione, non è ancora chiaro se una dieta priva di glutine possa prevenire le malattie autoimmuni, ma i pazienti con tiroidite di hashimoto, con o senza malattia celiaca, possono beneficiare di una dieta a ridotto contenuto di glutine per quanto riguarda la progressione e le potenziali complicanze della malattia.
I risultati di un recente studio clinico hanno dimostrato un’elevata incidenza di intolleranza al lattosio in soggetti affetti da Tiroidite di Hashimoto e resistenti al trattamento farmacologico con levotiroxina. Nei pazienti con ipotiroidismo autoimmune non controllato e che necessitano di elevati dosaggi di levotiroxina sostitutiva è opportuno prendere in considerazione una possibile intolleranza al lattosio, la cui eliminazione dalla dieta si associa ad un miglioramento della patologia.

FERTILITA’ E ALIMENTAZIONE

dieta e fertilità

I disturbi della fertilità e la conseguente incapacità di riprodursi costituiscono un problema di salute pubblica sempre più comune nella società contemporanea. La crescente scala di questo fenomeno ha spinto l’Organizzazione Mondiale della Sanità a riconoscere l’infertilità come una malattia sociale, che colpisce circa il 13-17% delle coppie in età riproduttiva.

Studi recenti hanno dimostrato che l’alimentazione, il controllo del peso e uno stile di vita attivo possono influenzare la salute riproduttiva sia dell’uomo che della donna, riducendo il rischio di disturbi della fertilità o aumentando l’efficacia dei trattamenti contro l’infertilità.

Dai risultati di un recente studio condotto su più di 17000 donne è emerso che la maggior parte dei casi di infertilità dovuta a disturbi ovulatori nella donna possono essere prevenibili attraverso modifiche dello stile di vita e delle abitudini alimentari. In particolare, è raccomandato il controllo del peso alle donne che cercano una gravidanza e che hanno difficoltà riproduttive; esiste, infatti, una relazione dimostrata tra infertilità e stati di sottopeso, sovrappeso e obesità nella donna. Gli effetti dell’obesità sull’attività ovulatoria sono, peraltro, reversibili e l’adesione ad una dieta sana e bilanciata, con il miglioramento della composizione corporea, può migliorare la funzionalità ovarica e le capacità riproduttive.

Per quanto riguarda la modificazione dello stile di vita, abitudini quali il fumo e il consumo di alcool hanno un chiaro impatto sulla fertilità e di conseguenza andrebbero abbandonate. Inoltre, condizioni di ansia e stress, nonché altri aspetti psicologici riguardanti il singolo o la coppia non andrebbero ignorati ma presi in considerazione attraverso eventuale psicoterapia o tecniche di rilassamento. E’ stato confermato che un moderato livello di attività fisica favorisce la fertilità femminile se associato al controllo del peso corporeo o alla correzione di eventuale obesità; tuttavia, un dispendio energetico eccessivo associato ad attività fisica intensa può comportare amenorrea e infertilità, specie nei casi in cui la spesa energetica non venga adeguatamente bilanciata da un corretto introito calorico attraverso l’alimentazione. Situazioni di questo tipo possono verificarsi nei casi di atlete d’alto livello o donne che praticano sport con elevata frequenza e intensità, nonché nei casi di disturbi del comportamento alimentare.

Per quanto riguarda l’alimentazione, esistono dati scientifici contrastanti sulla possibile esistenza di una dieta ottimale per la fertilità. In ogni caso, correla con un aumento della fertilità femminile un’alimentazione varia e controllata, a basso indice glicemico e ad alto contenuto di acidi grassi monoinsaturi (olio extravergine di oliva, frutta secca), frutta, verdura e latticini. Sono, invece, da evitare i grassi trans idrogenati e da ridurre i grassi saturi delle proteine animali, cui è meglio prediligere il consumo di carboidrati complessi a basso indice glicemico e proteine vegetali (legumi, cereali integrali). In fase di concepimento è raccomandata l’assunzione di acido folico come integratore alimentare; inoltre, esistono delle prove a supporto dell’ integrazione di ferro e multivitaminici per ridurre il rischio di infertilità ovulatoria.

Anche la fertilità maschile può giovare di un miglioramento dello stile di vita e delle abitudini alimentari. È stata dimostrata, infatti, una relazione evidente tra obesità maschile, sedentarietà e disturbi della fertilità e disfunzione erettile nell’uomo. La qualità dello sperma dipende in buona parte dal tipo di alimentazione dell’uomo e migliora considerevolmente attraverso una dieta a basso contenuto di grassi e proteine animali e ad alto contenuto di carboidrati complessi, frutta, verdure e fibre. In particolare, svolgono un ruolo determinante nel favorire la fertilità maschile le sostanze antiossidanti (vitamina E, C, selenio, coenzima Q10) assunte attraverso gli alimenti o sotto forma di integratori alimentari.

LA NUTRIZIONE NELLO SPORTIVO BAMBINO E ADOLESCENTE

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I giovani atleti sono i bambini e gli adolescenti che praticano attività fisica a livello agonistico; in questa categoria di sportivi, una corretta nutrizione e idratazione sono fondamentali per favorire lo sviluppo in età evolutiva ancor prima che la prestazione atletica. Nonostante siano ormai ampiamente riconosciuti i benefici della pratica sportiva sullo sviluppo psicofisico, nonché sulla prospettiva di salute del bambino e dell’adolescente, vi sono alcune criticità da tenere presenti nell’approccio clinico e nutrizionale al giovane atleta. I bambini e gli adolescenti, rispetto agli adulti, possiedono una inferiore efficienza metabolica e una ridotta capacità di termoregolazione, quindi nell’impostare una dieta per il giovane atleta occorre soddisfare con precisione i fabbisogni energetici specifici per età e sesso, comprensivi del costo energetico per l’accrescimento, e fornire le opportune supplementazioni di acqua e nutrienti, prima, durante e dopo l’esercizio fisico.

Una nutrizione equilibrata, con l’assunzione di energie e nutrienti essenziali, permette una buona prestazione atletica, senza contrastare l’obiettivo prioritario di permettere un adeguato accrescimento. Tuttavia, è dimostrato che i giovani atleti sono spesso esposti a carenze nutrizionali, la cui origine più frequente è proprio l’alimentazione. Questo fatto rappresenta un aspetto critico da considerare nella valutazione dello stato nutrizionale dello sportivo in età evolutiva: spesso le abitudini e i comportamenti alimentari tenuti dai ragazzi sono in contrasto con le raccomandazioni nutrizionali che dovrebbero seguire per soddisfare i loro specifici fabbisogni. Le principali cause di malnutrizione nello sportivo bambino e adolescente sono: una inadeguata assunzione qualitativa o quantitativa di macro o micronutrienti in condizioni di dispendio energetico elevato o eccessivo allenamento, le diete di esclusione (per allergie, scelte personali o fobie alimentari dell’infanzia), l’inappetenza da stress psicofisico e l’ ansia da prestazione, la restrizione calorica volontaria per eccessivo controllo del peso, specie in sport di combattimento o ad elevata componente estetica. Rispetto agli atleti degli sport di squadra, gli atleti di sport di combattimento soggetti al controllo del peso sono maggiormente a rischio di carenze energetiche, di proteine e di micronutrienti. Gli atleti di resistenza, in particolare di sesso femminile, possono avere deficit di ferro e calcio. Un’alimentazione e idratazione insufficienti durante l’allenamento fisico potrebbero compromettere una crescita adeguata e comportare alcuni rischi quali la malattia da calore, lesioni e fratture da stress. In particolar modo, in caso di sudore e disidratazione i giovani atleti possono essere maggiormente esposti al rischio di carenze di sali minerali. Altre carenze documentate riguardano i deficit di vitamine del gruppo B, vitamina C e D. Un’ eventuale integrazione di vitamina D nei casi di carenza per mancata esposizione solare è raccomandata per un adeguato assorbimento del calcio, il cui fabbisogno giornaliero aumenta con la pubertà nella fase di crescita ossea. L’ anemia sideropenica nelle atlete adolescenti, oltre ad essere un rischio per la salute, è stata associata anche aridotta performance sportiva.
Nei casi di importante malnutrizione associata alla pratica sportiva, occorre porre particolare attenzione ad una possibile diagnosi di disturbo del comportamento alimentare nella popolazione di adolescenti atleti, con una prevalenza più alta che nella popolazione generale. Talvolta il disturbo è preesistente, talvolta invece causato o esacerbato dalla pratica sportiva.

Sulla base degli studi scientifici che abbiamo a disposizione, condotti per lo più su gruppi di sportivi appartenenti a collage americani, un altro dato rilevante da conoscere nell’approccio clinico al giovane atleta è quello riguardante il frequente ricorso non giustificato a supplementazioni dietetiche tipiche dell’età adulta: energy drink, barrette energetiche, bevande arricchite in vitamine, creatina e proteine in polvere, olio di pesce e acido linoleico coniugato. Le motivazioni, riportate dagli stessi ragazzi, per l’uso di tali integratori sono la convinzione che migliorino la prestazione sportiva e le condizioni di salute, oltre alla percezione soggettiva di maggiori energie, lucidità e concentrazione. Inoltre, la maggior parte dei ragazzi dichiara di assumere abitualmente tali integratori sotto la raccomandazione di altri: la famiglia, i coach, i compagni di squadra, gli stessi medici e nutrizionisti. Nonostante la pratica abituale di supplementazione dietetica e le convinzioni comuni riguardanti i loro effetti benefici sulla performance, non esistono in letteratura scientifica sufficienti prove sulla sicurezza e sull’efficacia comprovate dell’uso di integratori alimentari negli atleti al di sotto dei 18 anni di età. Oltre alla mancanza di prove valide che tale pratica sia associata ad un effettivo miglioramento delle prestazioni, non si esclude che possa comportare nei giovani alcuni rischi per la salute. In particolare, è stato dimostrato che il consumo di integratori energetici è associato a diversi eventi avversi nei giovani atleti: cefalea, disturbi gastrointestinali, iperattività e insonnia, sintomi da astinenza da caffeina, disidratazione durante e dopo l’esercizio fisico. Anche la pratica di integrazione proteica, comune tra i ragazzi, non ha un razionale scientifico rispetto agli effetti sulla performance; inoltre, dalle indagini effettuate sulle abitudini alimentari dei ragazzi emerge che la quasi totalità consuma abitualmente, attraverso la propria dieta, una quota proteica che già di per sé supera quella necessaria per coprire il fabbisogno giornaliero. Per quanto riguarda l’ uso di olio di pesce e altri integratori lipidici, associati ad un aumento dei livelli di testosterone ematico, non risulta etico andare a manipolare intenzionalmente i livelli ormonali dei giovani atleti in età puberale.

In conclusione, considerando gli aspetti peculiari e le principali criticità che riguardano la nutrizione sportiva in età evolutiva, risulta di fondamentale importanza impostare in modo individuale una corretta educazione alimentare del giovane atleta, con opportune raccomandazioni dietetiche. Il piano alimentare personale deve poter soddisfare i fabbisogni energetici e nutrizionali, considerando le caratteristiche del ragazzo, la sua fase di crescita, la natura e l’intensità dell’attività fisica svolta, al fine di promuovere innanzitutto lo sviluppo, oltre che la prestazione atletica. L’anamnesi alimentare e la valutazione clinica e laboratoristica dello stato nutrizionale permettono di diagnosticare e trattare eventuali stati di malnutrizione del giovane atleta, ponendo anche particolare attenzione alla sfera emotiva e alle caratteristiche di personalità laddove vi siano i presupposti per un disturbo del comportamento alimentare, specie in alcune categorie di sport. Agli sportivi che presentano carenze nutrizionali accertate e confermate dagli esami ematochimici occorre spesso impostare una terapia di integrazione specifica, ma in tutti gli altri casi è prioritario dissuadere i giovani dall’uso di supplementazioni dietetiche senza un razionale, informandoli adeguatamente sulla mancanza di prove sufficienti della loro efficacia e sulla possibilità di eventuali effetti avversi per salute. Poichè spesso i giovani sportivi sono guidati nelle loro scelte dagli adulti di riferimento, la comunicazione di informazioni scientifiche chiare e la promozione di una corretta alimentazione devono coinvolgere anche il nucleo famigliare del ragazzo e tutta la sua rete di supporto.

EMICRANIA E ALIMENTAZIONE

emicrania e cibo

L’emicrania è una patologia neurologica primaria, a base genetica e multifattoriale, molto comune e disabilitante, che colpisce prevalentemente la popolazione femminile e che è caratterizzata dall’insorgenza di attacchi di cefalea pulsante, a livello di uno o entrambi gli emisferi cerebrali, associata spesso a fotofobia, fonofobia, osmofobia, nausea e vomito.

La frequenza degli attacchi di emicrania è variabile per ciascun paziente e nei diversi periodi della vita e i fattori scatenanti che possono determinare la crisi acuta sono molteplici: il ciclo mestruale nella donna, i ritmi di vita irregolari, il sonno notturno non riposante, lo stress (oppure il relax dopo lo stress), determinati cibi e la frequenza elevata del loro consumo, i cambiamenti ambientali e quelli climatici. Lo stile di vita e le abitudini alimentari possono svolgere, quindi, un ruolo importante nel favorire o contrastare l’elevata frequenza degli attacchi di emicrania in chi è affetto da questa patologia.

Dai dati presenti in letteratura scientifica è confermato che esiste una relazione tra emicrania e obesità e sovrappeso: sia nella popolazione di adulti che in quella pediatrica, la prevalenza, la frequenza e la gravità dell’emicrania sembrano aumentare in relazione all’ indice di massa corporea. Una riduzione del peso corporeo correla con un miglioramento della frequenza e della intensità delle crisi di cefalea. Inoltre, è confermata un’ associazione tra emicrania e aumentato rischio di insulinoresistenza. Da queste evidenze si evince l’importanza di intervenire sui pazienti emicranici con una adeguata modificazione dello stile di vita e delle abitudini alimentari al fine di controllare il peso corporeo e prevenire i rischi di salute cui possono essere predisposti.

E’ confermato che uno stato di lieve disidratazione cronica, il digiuno prolungato e l’ipoglicemia costituiscono fattori scatenanti per gli attacchi acuti di emicrania; pertanto, per i pazienti affetti dalla malattia è di fondamentale importanza una adeguata idratazione quotidiana e l’adesione ad una dieta ad elevato apporto di fibre, con distribuzione adeguata degli apporti energetici e regolarità dei pasti nell’arco della giornata. 

Fino al 60% dei pazienti affetti dalla malattia dichiarano una relazione causa -effetto tra il consumo di determinati alimenti e un attacco di emicrania. I cibi “trigger” maggiormente indicati sono il cioccolato, i formaggi stagionati, altri cibi ricchi di istamina (pomodoro, frutta secca, ecc), il caffè o l’astinenza da caffè, l’alcool (specie il vino rosso e la birra), il dolcificante aspartame e alcuni additivi alimentari, contenuti in diversi cibi industriali, quali il glutammato monosodico, i nitrati e i nitriti. Tuttavia, i trigger alimentari sono altamente individuali e non sono indicate nè raccomandate di routine diete di eliminazione empiriche. Ragionevolmente risulta opportuno elaborare un piano alimentare specifico per ciascun paziente, facendo riferimento alla sua anamnesi e valutando il diario alimentare e della cefalea. La personalizzazione è la chiave più opportuna per l’impostazione di una dieta specifica nei pazienti affetti da emicrania, andando a curare anche lo stile di vita, la regolarità nelle abitudini giornaliere, buoni livelli di attività fisica e movimento, la gestione dello stress e la qualità del sonno notturno. 

Al di là della scelta di impostare o meno eventuali diete di eliminazione, nei pazienti affetti da emicrania è opportuno curare l’alimentazione sia da un punto di vista qualitativo che quantitativo, raccomandando una dieta varia e pasti adeguati da consumare ad orari regolari nell’arco della giornata. Esistono, infatti, diverse prove scientifiche a supporto delle diete “complete” come terapia profilattica della malattia; tali regimi alimentari non richiedono l’esclusione di uno o più cibi ma regolano in modo preciso le quantità di ciascun nutriente, apportando adeguati fabbisogni di vitamine, proteine, carboidrati e grassi. In particolar modo, è stato dimostrato che la dieta mediterranea correla con un miglioramento netto dell’andamento della malattia, specie se ad alto contenuto di acidi grassi omega tre correla.

Tra le supplementazioni alimentari nella terapia profilattica dell’emicrania trovano riscontro scientifico gli integratori a base di coenzima Q10, riboflavina e magnesio; in particolare, quest’ultimo ha dimostrato efficacia nella riduzione del disturbo in età pediatrica e dell’emicrania associata al ciclo mestruale.

LETTERA AD UN’ ADOLESCENTE CHE VUOLE DIMAGRIRE

Cara ragazza adolescente,

stai vivendo anni impetuosi di grandi cambiamenti e ti trovi a metà strada tra il non sentirti più una bambina e il non essere ancora una donna. Spesso le adolescenti non si piacciono abbastanza e vorrebbero essere diverse: più alte, più magre… Il peso, per noi donne, è spesso un cruccio, lo è per chi è in sovrappeso e per chi, al contrario, si sente troppo magra… a volte costituisce un problema anche per chi non ha alcuna ragione reale di preoccuparsene… e in alcuni casi può diventare una vera ossessione! Eppure è proprio questo atteggiamento, questa eccessiva attenzione per il controllo del peso che può indurre noi donne, sia giovani che adulte, a comportamenti alimentari scorretti e dannosi per la nostra salute! Non di rado alcune scelte alimentari errate rischiano persino di farci ingrassare, vanificando i nostri sforzi di ottenere l’effetto contrario. Se ti senti in eccesso di peso e se vuoi dimagrire, cambia abitudini ma… non metterti a dieta! Non trarresti alcun beneficio da una restrizione calorica più o meno eccessiva, anzi potresti ottenere l’effetto contrario. Il nostro corpo è esattamente come una macchina che lavora più o meno intensamente a seconda di quanto mangiamo e quanto ci muoviamo. In particolare, se mangiamo poco e il nostro peso cala, la macchina lavora più lentamente, consuma meno e si adatta ad un nuovo ritmo. Il nostro corpo è una macchina molto intelligente, sa come e quando preservare se stesso per sopravvivere. Seguire una delle tante diete alla moda, spesso restrittive e basate irragionevolmente sull’eliminazione di molti alimenti, sul lungo termine può comportare dei rischi per la salute, tra i quali quello di essere in sovrappeso e non riuscire più a dimagrire, con l’aggravante di incorrere, in età adulta, in disturbi e patologie associate a una scorretta alimentazione. Innanzitutto occorre capire se effettivamente il tuo peso è in eccesso rispetto alla tua età e alla tua statura. Per queste e per altre valutazioni importanti sul tuo stato nutrizionale e di salute occorre chiedere aiuto a qualcuno di fidato che sappia, con metodo scientifico, indirizzarti verso una corretta educazione alimentare e verso la risoluzione di eventuali problematiche. Il segreto è non avere fretta, ciascun cambiamento duraturo avviene passo dopo passo. Innanzitutto, prima ancora di pensare a ciò che mangi, inizia a camminare, a muoverti il più possibile ogni giorno, a fare sport, a dedicarti ad attività che contrastino la noia e la sedentarietà. Sii attiva! E al termine di una intensa giornata, riposati in modo adeguato: dormire bene e dormire tanto è fondamentale per la nostra salute e anche per il controllo del peso! Al risveglio, dedica il giusto tempo ad un’abbondante prima colazione… basta puntare la sveglia dieci minuti prima ogni giorno. Questa buona abitudine mantiene il nostro organismo funzionante e in salute e ci permette di contrastare il rischio di sovrappeso, obesità e patologie correlate. Ricorda, inoltre, che il tuo corpo è costituito per il 65-70% da acqua, pertanto cerca di assumerne almeno un litro e mezzo ogni giorno. Per quanto riguarda l’alimentazione, inizia ad evitare il consumo di cibi industriali, merendine, patatine e snack vari, bibite gassate e zuccherate, caramelle e succhi di frutta contenenti zuccheri aggiunti: sono i classici alimenti dei distributori automatici, pericolosi stimoli a mangiare in eccesso e fuori pasto. Consuma 4 o 5 pasti ad orari regolari e abituati ad assumere ogni giorno cibi nutrienti e sazianti che costituiscono gli alimenti base della dieta mediterranea: verdure e frutta di stagione, pasta o pane o altri cereali della tipologia integrale, uno yogurt e una porzione di latte, modiche quantità di frutta secca, semi oleosi, olive e olio extravergine di oliva come condimento. Usa poco sale iodato e sostituiscilo con spezie e aromi per insaporire i piatti. Consuma ogni giorno una o due porzioni moderate di alimenti proteici, prediligendo il pesce e i legumi, le carni bianche, i formaggi magri e le uova. Limita a occasioni sporadiche il consumo di salumi, carni rosse e lavorate e cerca di non superare le due porzioni di dolci elaborati a settimana. Non essere monotona nelle tue scelte a tavola, al contrario varia spesso tipologia di alimenti da consumare, assumendo sempre porzioni equilibrate. Ricorda che non esistono alimenti di per sé dannosi per la salute o di per sé in grado di farci ingrassare, ma semplicemente comportamenti alimentari errati che, se protratti, possono portare ad uno squilibrio e ad una malnutrizione per eccesso o per difetto. Infine ricorda che anche un’eccessiva attenzione per il cibo salutare può diventare ossessione e comportare dei rischi per la nostra salute, pertanto inizia a seguire queste “regole” ma impara a trasgredirle ogni tanto… noterai che le “eccezioni” non ti danneggeranno, al contrario avrai acquisito, poco alla volta, abitudini alimentari benefiche per crescere serenamente e in salute.

DIETE DIMAGRANTI: VERITA’ SCIENTIFICHE E MITI DA SFATARE

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Una parte del mio lavoro con i pazienti consiste nello sfatare a poco a poco i molti e radicati miti riguardanti le diete dimagranti, nella speranza che si possa intraprendere un percorso di cura fondato su una buona relazione medico-paziente e finalizzato al raggiungimento di obiettivi di salute effettivi, realistici e duraturi. Può risultare difficile per il soggetto accettare alcune realtà che disattendono le proprie aspettative, quando si parla di calo ponderale e modificazione dello stile di vita, tuttavia divulgare la verità scientifica è di fondamentale importanza per tutelare i pazienti contro il business del benessere e contro tutti i rischi di salute (nonché economici) ad esso connessi. Sulla base della mia esperienza clinica con i pazienti, ho riassunto in un decalogo i più frequenti miti da sfatare e le principali verità scientifiche da conoscere prima di intraprendere un percorso dietoterapico.

1. LE DIETE DIMAGRANTI FALLISCONO
La prima grande verità sulle diete dimagranti è che sono tutte destinate a fallire! I vari regimi alimentari particolarmente restrittivi, le diete di riviste e siti internet, nonché quelle all’ultima moda che promettono risultati incredibili in poco tempo, non hanno fondamento scientifico e non portano ad alcun risultato… perlomeno, non a risultati duraturi e benefici per la salute; al contrario, può capitare che ad un rapido e consistente calo ponderale segua inevitabilmente il recupero del peso precedente con gli interessi, e non senza qualche danno a carico dell’organismo. D’altronde, risulta assolutamente impossibile pensare di aderire per più di qualche giorno o settimana ad una dieta di solo minestrone o di sole barrette e tisane… è risaputo, invece, che il vero successo di un modello alimentare consiste nel mantenere il peso raggiunto, e le buone abitudini acquisite, sul lungo termine.

2. LE DIETE DEI MIRACOLI NON ESISTONO
Non esiste alcuna dieta miracolosa contro la cellulite o per l’eliminazione del grasso localizzato, così come non hanno alcuna validità scientifica le richiestissime diete detox o altre diete pubblicizzate con una finalità specifica dalla star del momento o da vari personaggi di cinema e tv: la dieta della felicità, della fertilità, la dieta della bellezza o quella per la longevità, ecc. Il modello alimentare raccomandato dalla comunità scientifica e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità è quello della Dieta Mediterranea, che propone un’alimentazione molto varia ed equilibrata e che, senza promettere miracoli, secondo i risultati di diversi studi potrebbe essere associata, se seguita con costanza nel tempo, ad una più lunga aspettativa di vita, ad un aumento della fertilità, ad un miglioramento del tono dell’umore e numerosi benefici per la salute (riduzione del rischio di malattie cardiovascolari, diabete, alcuni tumori).

3. LE SCORCIATOIE PER DIMAGRIRE NON SONO LA STRADA GIUSTA
Non occorre assumere integratori alimentari, tisane o barrette per bruciare i grassi, drenare i liquidi e, quindi, calare di peso di più e più velocemente. Assumere tali prodotti per dimagrire non è necessario, comporta notevoli spese economiche e può essere rischioso per la salute, in particolar modo se si assumono determinati prodotti senza prescrizione medica e per periodi prolungati. Non sempre ciò che è “naturale” è innocuo! Le diete che si basano sulla assunzione dei prodotti dimagranti, in sostituzione o come integrazione agli alimenti, non educano ad una sana e corretta alimentazione e di conseguenza non permettono al soggetto di mantenere il peso raggiunto dopo il calo ponderale, spesso avvenuto troppo rapidamente. Eventuali farmaci o integratori alimentari sono indicati solo in casi di confermate carenze nutrizionali, determinati stati patologici o condizioni di aumentato fabbisogno nutrizionale (gravidanza e allattamento, alcune attività sportive etc).

4. TUTTO E’ TOSSICO, NIENTE E’ TOSSICO
Un altro mito da sfatare riguardante l’alimentazione è che non esistono cibi di per sé dannosi per la salute. “Tutto è tossico, nulla è tossico, dipende dalla dose”. Le diete di eliminazione di uno o più alimenti, per l’errata convinzione che facciano male, o che facciano ingrassare, non sono la strada giusta per ottenere un calo ponderale e possono portare a importanti carenze nutrizionali. Non è assolutamente vero, ad esempio, che la pasta e il pane facciano ingrassare, né che non si possano assumere oltre una certa ora della giornata; l’olio e i grassi, inoltre, benché particolarmente calorici, non sono affatto dannosi di per sé, né per la salute dell’organismo né per il controllo del peso. Le proteine animali, se assunte in quantità adeguate, sono una fonte importante di nutrienti essenziali. La frutta contiene zuccheri ma non per questo è da evitare, inoltre non è affatto vero che non si possa consumare dopo i pasti! Questi ed altri miti da sfatare sulle proprietà degli alimenti e sul loro ruolo funzionale possono determinare alcuni comportamenti alimentari errati che, se protratti nel tempo, spesso vanificano gli sforzi stessi che il soggetto compie al fine di controllare il peso corporeo. Da qui la famosa frase che molti pazienti riportano: “mi sembra di mangiare poco, eppure non dimagrisco…”

5. I TEST DELLE INTOLLERANZE ALIMENTARI NON HANNO VALIDITA’ SCIENTIFICA
Le uniche vere intolleranze alimentari sono quelle al glutine e al lattosio, entrambe diagnosticabili attraverso esami ematochimici e strumentali prescrivibili dal Medico di Medicina Generale. Tutti gli altri test, non mutuabili, per verificare presunte intolleranze ad altri allergeni alimentari non sono supportati da studi scientifici che ne confermino l’attendibilità. Dall’esito di questi test emerge quasi sempre una positività a svariati alimenti e tale risultato comporta per il soggetto l’adesione ad una dieta di eliminazioni: se da un lato questo fatto esita, inevitabilmente, in un calo ponderale, dall’altro non possono essere esclusi rischi di importanti carenze energetiche e nutrizionali. In questi casi non si dimagrisce perché “ci si disintossica” dagli alimenti cui si è intolleranti, ma perché si seguono diete incongrue, restrittive e sbilanciate, le stesse che poi determinano nel tempo il famoso effetto yo-yo.

6. NON ESISTE IL PESO IDEALE
Non esiste il peso ideale (o peso estetico), bensì il peso ragionevole (o peso salutare), ossia quello che ciascuno di noi, attraverso una dietoterapia adeguata, è in grado di raggiungere e, soprattutto, mantenere sul lungo termine migliorando stabilmente le proprie condizioni di salute. Il peso ragionevole di ciascun paziente dipende dalla propria storia clinica e ponderale, dalle dietoterapie pregresse e dallo stile di vita pregresso e attuale, dal sesso e dall’età, da eventuali patologie e terapie farmacologiche pregresse e in atto. Non sempre il peso salutare corrisponde all’obiettivo estetico che si desidera raggiungere ed è proprio in questi casi che diventa prioritario essere onesti con i pazienti e divulgare le informazioni veritiere. Imparare ad accettare il proprio peso ragionevole per alcuni pazienti rappresenta un traguardo personale tanto difficile da raggiungere quanto fondamentale per il buon esito della dietoterapia e per il mantenimento futuro di abitudini alimentari sane; spesso, infatti, le motivazioni associate al peso estetico portano i pazienti a desiderare di ottenere “tutto e subito”, ma ragionando allo stesso tempo in termini di “tutto o nulla”, con il rischio, quindi, di scoraggiarsi nei momenti di difficoltà e abbandonare l’adesione alla dieta.

7. PER DIMAGRIRE OCCORRONO OBIETTIVI REALISTICI
Strettamente legato alla definizione del peso ragionevole è il concetto di obiettivo realistico da raggiungere, variabile da paziente a paziente e talvolta non corrispondente alle aspettative. Non di rado i pazienti ritengono di necessitare di un calo ponderale importante (i famosi venti o trenta chili da perdere) per risolvere i propri problemi di salute associati al sovrappeso. Non è sempre così. Diversi studi hanno dimostrato che un calo ponderale di circa il 10% corrisponde ad un obiettivo realistico associato a notevoli benefici. Perdere il 10% del peso corporeo è sufficiente, infatti, per ottenere una significativa riduzione del valore di circonferenza addominale e, quindi, di grasso viscerale, il più rischioso sul lungo termine per l’insorgenza di patologie associate al sovrappeso. Perdere i chili in eccesso a livello del giro vita è un vantaggio anche per alcuni disturbi legati all’ accumulo di grasso addominale: lombalgia, apnee ostruttive del sonno, reflusso gastroesofageo, ecc. Inoltre, basta il calo di peso del 10% per riscontrare una diminuzione notevole, talvolta risolutiva, dei parametri ematochimici precedentemente elevati a causa dell’alimentazione (colesterolemia, trigliceridemia, glicemia, uricemia). Se l’eccesso di peso è tale da necessitare di un calo ponderale superiore, dopo l’ obiettivo del 10% si ritiene opportuno passare ad una fase di mantenimento per almeno 6-9 mesi, proseguendo successivamente con un ulteriore calo ponderale realistico.

8. ALCUNE GIUSTIFICAZIONI NON SONO ATTENDIBILI
Quante volte capita che i pazienti riferiscano di far fatica a dimagrire “perchè hanno il metabolismo lento” oppure “perchè sono di costituzione robusta e hanno le ossa grosse”! Non è propriamente così. Il nostro metabolismo e il nostro peso corporeo dipendono essenzialmente da due parametri: l’introito calorico con l’alimentazione e il dispendio energetico determinato da movimento e attività fisica. Si tratta di due parametri modificabili attraverso un adeguato regime alimentare e uno stile di vita attivo. Anche i pazienti che ritengono di essere robusti a causa delle ossa grosse riportano ingenuamente una giustificazione non attendibile: il peso delle ossa corrisponde a solo il 20% del peso corporeo totale e pertanto non incide in modo determinante sulla costituzione del soggetto, al contrario delle percentuali di massa grassa e muscolare.

9. SONO NECESSARIE MOTIVAZIONI FORTI PER CAMBIAMENTI DURATURI
Lo stile di vita moderno, frenetico ma sedentario, oltre ad essere spesso una concausa del sovrappeso, può costituire un ostacolo al dimagrimento. Tuttavia, contrastare le difficoltà a cambiare le abitudini quotidiane è necessario per raggiungere risultati duraturi ed è assolutamente possibile, basta volerlo. Capita spesso che i pazienti desiderino ottenere un calo ponderale, ma senza essere disposti a modificare alcune abitudini. La ragione principale di questa resistenza sembrerebbe, quasi sempre, la mancanza di tempo: tempo per fare colazione la mattina, per fare attività fisica, muoversi di più, dormire di più… alcuni pazienti riferiscono di non avere abbastanza tempo per fare una spesa adeguata o per cucinare e, non di rado, specie sul posto di lavoro, manca persino il tempo per mangiare! Per tutte queste difficoltà oggettive, compresa la complicazione dei pasti fuori casa e delle occasioni conviviali, esistono molte soluzioni possibili, ma occorrono forti motivazioni e strategie pratiche da mettere in atto gradualmente, con costanza, pazienza e fiducia.

10. DIMAGRIRE SENZA UN PERCORSO DI AIUTO GUIDATO E’ UN RISCHIO
Oltre all’azzardo delle diete fai da te, esiste anche quello dei pazienti che richiedono al medico una consulenza nutrizionale per dimagrire, ma una volta iniziata l’adesione al piano alimentare decidono di non tornare alle visite di controllo successive. Questa scelta può rivelarsi rischiosa e spesso comportare il fallimento della dieta; al contrario, è fondamentale essere monitorati regolarmente, in particolare nei casi di obesità, patologie specifiche, fame nervosa e disturbo da alimentazione incontrollata. Un percorso di cura guidato permette di monitorare periodicamente l’adesione alla dieta, le condizioni di salute e lo stato nutrizionale, l’andamento del calo ponderale e i suoi effetti sulla composizione corporea. In occasione delle visite di controllo possono essere individuate alcune difficoltà cui far fronte e si possono acquisire di volta in volta informazioni utili e strategie pratiche per conoscere i principi di una sana alimentazione e applicarli alla vita di tutti i giorni. Infine, occorre sempre tenere presente che è la relazione medico – paziente di per sé a svolgere un ruolo centrale in un percorso di cura, in particolar modo quando questo investe lo stile di vita, le abitudini alimentari e la sfera emotiva del paziente.

LA FAMIGLIA E’ CIO’ CHE MANGIA – Percorso di educazione alimentare per la famiglia

Durante un percorso dietoterapico è di fondamentale importanza per il paziente, ai fini del raggiungimento degli obiettivi di salute, il sostegno e la collaborazione attiva delle persone con cui vive; d’altra parte, è sempre auspicabile che il miglioramento delle abitudini quotidiane e l’adesione ad una sana e corretta alimentazione riguardino tutta la famiglia, in particolar modo i bambini e i ragazzi in età evolutiva.

Il miglior modo per trattare e, soprattutto, prevenire sovrappeso, obesità e patologie correlate consiste nel coinvolgere genitori e figli in un percorso condiviso di educazione alimentare e modificazione dello stile di vita.

Sempre più spesso i pazienti che seguo nel mio studio e che ottengono benefici con la dietoterapia mi chiedono indicazioni o consulenze nutrizionali anche per i propri parenti.

Le esigenze più comuni sono quelle di educare i famigliari ad un’alimentazione sana e ottenere da parte di tutti l’adesione ad un unico schema alimentare, potendo rispettare, allo stesso tempo, i singoli fabbisogni energetici. Talvolta risultano necessarie indicazioni per imparare a differenziare i consumi alimentari in casi particolari (patologie specifiche, allergie e intolleranze alimentari, attività sportiva…) o per bilanciare i pasti da consumare in famiglia con i menu della mensa scolastica o aziendale.

Per far fronte a queste frequenti richieste attraverso una modalità che sia realmente efficace, approfondita e personalizzata, ho pensato di proporre un percorso di educazione alimentare rivolto alle famiglie che desiderino affrontare eventuali criticità o semplicemente migliorare le proprie abitudini alimentari.

Il percorso comprende:

– una prima visita nutrizionale con anamnesi, esame obiettivo e antropometrico, valutazione dei singoli fabbisogni energetici e nutrizionali

– due lezioni interattive di educazione alimentare, con approccio ludico-didattico per i più piccoli, finalizzate alla conoscenza delle proprietà degli alimenti, del modello della dieta mediterranea e dei principi di una sana e corretta alimentazione

– un incontro al supermercato per approfondire il tema della sicurezza alimentare e della spesa consapevole

– una visita conclusiva con la consegna di un piano alimentare per la famiglia, esempi di menu settimanali, ricette e indicazioni specifiche per i diversi fabbisogni energetici e nutrizionali

Per ulteriori informazioni e per prenotazioni:

Dott.ssa Viola Massone

telefono: 366 9799699

email: massoneviola@gmail.com

L’ ALIMENTAZIONE NELL’ ETA’ EVOLUTIVA

Educare ad una sana e corretta alimentazione fin dall’infanzia e nell’adolescenza è una sfida sulla quale le famiglie e la società dovrebbero investire per attuare una delle migliori prevenzioni possibili in ambito sanitario. Instaurare un rapporto sano con il cibo, acquisendo e consolidando fin da bambini delle abitudini e dei comportamenti alimentari corretti, permette più efficacemente di prevenire in età adulta l’obesità e le numerose patologie ad essa correlate.

E’ stato dimostrato in ambito scientifico che il tipo di nutrimento della madre in gravidanza e del neonato nei primi 1000 giorni di vita svolge un ruolo chiave nel definire lo stato di salute del bambino in età adulta: l’alimentazione durante la vita intrauterina e nei primi mesi di vita extrauterina, infatti, rappresenta un potente fattore ambientale in grado di intervenire sull’espressione genica a livello del DNA e determinare il fenotipo del soggetto, con la predisposizione o meno a sviluppare obesità e patologie ad essa correlate.

Nella determinazione del fenotipo sovrappeso intervengono anche altri fattori di rischio precoci: il basso peso alla nascita, un elevato BMI (indice di massa corporea) della madre, l’obesità dei genitori, uno svantaggio socio-economico famigliare, il fumo materno in gravidanza, un eccessivo aumento di peso nel primo anno di età, una breve durata del sonno a tre anni (<10 ore/die) e un elevato numero di ore di tv alla settimana a tre anni (>8 ore/die).

Anche l’allattamento artificiale risulta associato ad un maggiore rischio di obesità infantile e in età adulta, motivo per cui, laddove non vi siano reali impedimenti, l’ OMS raccomanda l’allattamento al seno, esclusivo fino ai sei mesi di vita extrauterina e in associazione all’introduzione dei cibi solidi durante la fase di divezzamento (6-12 mesi). Il divezzamento precoce (prima dei sei mesi di vita) è sconsigliato poiché riduce l’effetto protettivo del latte materno, sbilancia verso una nutrizione iperglicidica, iperproteica e ipolipidica e può causare diarrea, sensibilizzazione allergica nei neonati a rischio ed eccessivo carico renale.

A partire dal divezzamento e nel corso degli anni successivi, l’alimentazione in età evolutiva deve essere impostata sulla base dei fabbisogni energetici e nutrizionali del bambino, facendo riferimento alla sua curva di crescita e ai livelli di assunzione raccomandata dei nutrienti. Per lo sviluppo in salute del bambino la dieta mediterranea rappresenta il tipo di alimentazione migliore, ampiamente accettata e raccomandata dall’ Organizzazione Mondiale della Sanità. In particolare, per prevenire il rischio di obesità e di patologie legate allo stile di vita, nonché per educare efficacemente il palato dei bambini ad apprezzare un’ampia varietà di cibi e di sapori, è raccomandato evitare o limitare il più possibile il consumo di alimenti e prodotti industriali contenenti zuccheri aggiunti, sale aggiunto e grassi trans. Come previsto dalla dieta mediterranea, l’alimentazione del bambino deve comprendere il consumo quotidiano di cereali di ogni tipo, anche integrali, frutta e verdura in abbondanza, latte e yogurt o formaggi magri (ricotta, fiocchi di latte). Le proteine contenute in pesce, legumi, carne, uova e formaggi vanno quotidianamente assunte in quantità controllate e che non superino la percentuale del 15% rispetto all’apporto quotidiano in percentuale degli altri macronutrienti essenziali: 45-60% di carboidrati, di cui meno del 10% rappresentato da zuccheri semplici, e 30-40% di grassi, di cui meno del 10% rappresentato da grassi saturi. E’ stato dimostrato che un eccessivo consumo proteico nei primi due anni di vita può predisporre ad un maggior rischio di obesità in età adulta. Al contrario, un ridotto consumo di grassi nei primi due anni di età causa uno sviluppo inadeguato dei meccanismi metabolici che regolano l’assunzione lipidica e una maggiore tendenza all’accumulo dei grassi negli anni successivi. Via libera, quindi, al consumo di grassi e in particolar modo di alimenti contenenti grassi insaturi, fondamentali per la crescita del bambino ed essenziali per lo sviluppo e il mantenimento delle sue funzioni cerebrali: olio extravergine di oliva come condimento, pesce, semi oleosi, olive, frutta secca. La dieta dei ragazzi, come quella degli adulti, dev’essere il più possibile varia ed equilibrata, senza l’esclusione di alcun alimento ma nel rispetto delle porzioni giornaliere e settimanali raccomandate dalla piramide alimentare. Una corretta alimentazione da impostare in famiglia prevede l’abitudine a consumare quattro o cinque pasti ad orari possibilmente regolari, evitando i fuori pasto e senza mai saltare la prima colazione; è preferibile pranzare e cenare assieme alla famiglia, a tavola, evitando il bis di primi e di alimenti proteici. Inoltre, una buona abitudine consiste nel non consumare e nel non tenere in casa scorte di cibo-spazzatura, dolci industriali, bevande zuccherate, patatine, caramelle etc. Limitare il consumo di questi alimenti ad occasioni sporadiche e conviviali (le feste con gli amici, ad esempio) può essere un ragionevole compromesso per non incorrere nel rischio di rendere abituale un’alimentazione non salutare. Infine, di fondamentale importanza è l’idratazione, dunque l’abitudine a bere acqua in quantità adeguate al fabbisogno durante l’arco della giornata, evitando altre bevande zuccherate quali succhi di frutta o bibite.

Anche le dinamiche famigliari, la sfera psichica e il vissuto emozionale del bambino possono influenzare fortemente le sue abitudini e i suoi comportamenti alimentari. Spesso l’ obesità infantile e ancor più i disturbi del comportamento alimentare trovano radici in situazioni famigliari difficili, in conflitti con la figura genitoriale, nella tendenza del bambino a reprimere le proprie emozioni negative (rabbia, ansia, delusione). E’ assolutamente controindicato da parte dei genitori utilizzare il cibo come strumento di ricompensa o punizione ed è altrettanto controproducente, nonché inutile, insistere con intransigenza qualora i bambini dovessero dimostrare un’avversione per il cibo; la fobia alimentare, spesso selettiva per gli alimenti acidi e amari, è molto frequente nei bambini ma in genere transitoria e destinata a risolversi con la crescita. Nell’intento di educare ad uno stile di vita sano, è importante che i genitori non superino il limite e non trasferiscano ai figli un’attenzione ossessiva e maniacale verso la sana alimentazione o verso un ideale estetico da mantenere, onde evitare lo sviluppo di disturbi del comportamento alimentare quali ortoressia, anoressia, bulimia. Crescere nella fiducia e con la stima dei genitori permette ai ragazzi di acquisire un sereno rapporto con se stessi, con il cibo e con la propria immagine corporea. Per prevenire le conseguenze gravi dei disturbi del comportamento alimentare, è opportuno che i genitori sappiano individuare precocemente alcuni “segnali d’allarme” per poter richiedere tempestivamente al medico di famiglia e allo psichiatra un inquadramento diagnostico e l’eventuale inizio di un percorso terapeutico e di una riabilitazione nutrizionale. Tra i segni premonitori dei disturbi del comportamento alimentare ricordiamo l’ isolamento e l’evitamento delle situazioni sociali e dei contesti conviviali, un eccessivo ed esclusivo impegno scolastico, l’ attività fisica praticata con esagerazione, un’attenzione costante alla conta delle calorie e alla pesata degli alimenti, il consumo esclusivo di alimenti ipocalorici e dietetici, il controllo esagerato delle etichette dei prodotti da acquistare, un eccessivo controllo del peso e una distorta immagine corporea.

La consulenza nutrizionale nei pazienti in età evolutiva prevede una ricostruzione della storia clinica e un’ attenta valutazione dello stato nutrizionale attraverso un’anamnesi approfondita, cui segue l’esame obiettivo e l’esame antropometrico per definire il BMI (indice di massa corporea) e la curva di crescita del bambino. In alcuni casi può essere opportuno richiedere eventuali esami ematochimici. Il percorso nutrizionale dev’essere sempre personalizzato e il piano alimentare finalizzato a soddisfare gli specifici fabbisogni energetici e nutrizionali del giovane paziente. Nei bambini e nei ragazzi in età evolutiva è controindicato impostare restrizioni caloriche o diete incongrue di qualunque tipo: eventuali condizioni di sovrappeso o obesità possono e devono essere affrontate attraverso una corretta educazione alimentare e attraverso la proposta di “regole” e strategie per migliorare l’alimentazione, imparare ad apprezzare gradualmente nuovi sapori e intraprendere uno stile di vita più attivo. Per il buon esito del percorso nutrizionale è assolutamente fondamentale che il cambiamento proposto investa tutta la famiglia e non solo il bambino: i genitori devono dare il buon esempio!

Un altro ruolo importante nell’ indirizzare i gusti e le scelte alimentari dei ragazzi è rivestito costantemente dall’ambiente sociale obesogeno che ci circonda: il marketing alimentare con la sua onnipresente pubblicità classica e subliminale, la tecnologia e le attività ricreative sedentarie dei ragazzi (pc, tc, videogiochi etc), le poche ore di sonno, una ridotta o assente attività fisica regolare, i distributori automatici a scuola etc.

Per contrastare l’influenza dell’ambiente obesogeno, oltre alle buone abitudini alimentari in famiglia, è auspicabile un impegno dalla società e, in primis, delle scuole: l’ adeguamento dei menu delle mense alla vera dieta mediterranea, l’abolizione dei distributori automatici o la sostituzione dei junk food con snack e bevande più salutari, un progetto di educazione alimentare che preveda attività didattiche, visite guidate e lezioni interdisciplinari con medici e psicologi, per fornire ai ragazzi conoscenze e strumenti atti a concretizzare un cambiamento motivato e consapevole. Educare allo sport, infine, significa favorire le capacità sia fisiche che psicologiche per crescere in condizioni di forza e benessere psicofisico, contrastando la pigrizia, la sedentarietà e i comportamenti alimentari errati che ne derivano.

LA FAME NERVOSA E GLI STIMOLI A MANGIARE IN ECCESSO

Molti pazienti in forte sovrappeso o con obesità presentano problematiche di fame nervosa più o meno importante e difficoltà nella gestione degli stimoli a mangiare in eccesso.

La fame nervosa comporta un consumo elevato, spesso fuori pasto, di alimenti che nella maggior parte dei casi sono molto calorici, poco nutrienti e ad alto indice glicemico, in grado di aumentare ancora di più il senso di fame e la ricerca di cibo in un circolo vizioso che esita in abitudini alimentari errate e dannose per la salute.

In questi casi i pazienti, più che di una “dieta” impostata sulla restrizione calorica e il rispetto delle grammature, necessitano di intraprendere un percorso guidato, graduale e personalizzato di educazione alimentare con associata la possibilità di individuare e risolvere le personali problematiche di fame nervosa all’origine del disturbo. Talvolta le stesse “diete fai da te” o alcune diete scompensate ed eccessivamente restrittive possono contribuire ad alimentare ancora di più il rapporto critico con il cibo; spesso i pazienti desiderano ottenere un calo ponderale elevato in poco tempo, ma se ciò si verifica troppo velocemente e attraverso diete scompensate, senza un efficace processo di educazione alimentare, il rischio è quello di recuperare in poco tempo il peso precedente, spesso con gli interessi. Il cosiddetto effetto yo-yo, caratterizzato da ripetuti e considerevoli cali ponderali nel corso della vita e successivo recupero del peso precedente, comporta rischi per l’organismo e l’impossibilità di risolvere in modo definitivo le proprie difficoltà legate alla fame nervosa.

Occorre educare i pazienti ad un vero cambiamento delle proprie abitudini alimentari e lavorare parallelamente con loro sulle piccole o grandi difficoltà personali a gestire la fame nervosa e controllare gli stimoli a mangiare in eccesso.

Il primo punto da cui partire per intraprendere un percorso efficace di educazione alimentare è la relazione medico – paziente fondata sull’ ascolto, il dialogo e la fiducia. Grazie ad una buona relazione medico – paziente risulta da subito più semplice definire obiettivi realistici, chiarire dubbi e perplessità, intraprendere un percorso di modificazione dello stile di vita con maggiori probabilità di successo.

Fondamentali sono, inoltre, il livello di motivazione personale e le ragioni che spingono a voler attuare un cambiamento duraturo. In genere è più facile che il paziente raggiunga gli obiettivi prefissati quando mosso dalla volontà di migliorare le proprie condizioni di salute anziché unicamente il proprio aspetto fisico. Quando le motivazioni al cambiamento sono forti e profonde è più probabile che il paziente sia disposto ad armarsi di pazienza e fiducia: un percorso dietoterapico adeguato richiede tempo e costanza e può essere caratterizzato dall’alternanza di fasi positive e momenti di difficoltà, stanchezza o sconforto, da affrontare con serenità e consapevolezza.

Nei pazienti in dietoterapia, infatti, sono moltissime le situazioni ad alto rischio che causano la fame nervosa e che rappresentano stimoli a mangiare in eccesso: le emozioni negative (ansia, noia, tristezza), le emozioni positive (gioia, euforia), la sedentarierà, la tendenza ad utilizzare il cibo come valvola di sfogo e strumento di contenimento dello stress quotidiano, la semplice vista del cibo (al supermercato, per strada, in casa, alla tv), le situazioni sociali (occasioni conviviali, festività). Alcuni tipici “pensieri ingrassanti” (“non ce la farò mai”) e la tendenza a ragionare in termini di “tutto o nulla” (“dal momento che oggi ho trasgredito, tanto vale continuare a farlo e ricominciare la dieta da domani”) rappresentano un’ insidia frequente e purtroppo possono comportare l’abbandono dell’ adesione alla dieta e il mancato raggiungimento degli obiettivi dietoterapici.

Per far fronte a questi rischi, è necessario che ciascun paziente possa riconoscere le proprie difficoltà e trovare personali strategie da mettere in pratica quotidianamente per gestire la fame nervosa e gli stimoli a mangiare in eccesso. Questo lavoro può essere intrapreso grazie alla guida del medico nutrizionista e attraverso l’ adesione ad un piano alimentare personalizzato, che preveda l’inserimento di alimenti sazianti e più salutari a scapito di quelli che, al contrario, aumentano ancora di più la fame nervosa e sono rischiosi per la salute; lo schema alimentare non dev’essere particolarmente restrittivo bensì mirato a regolarizzare l‘alimentazione nell’arco della giornata, considerando lo stile di vita e gli aspetti di personalità di ciascun paziente.

In associazione all’adesione al piano alimentare risulta molto efficace la compilazione di un diario alimentare come strumento di auto- monitoraggio e auto-valutazione delle proprie difficoltà, con le strategie messe in atto per affrontarle, e dei propri progressi.

L’attività fisica o semplicemente uno stile di vita più attivo rappresentano un ulteriore strumento valido per aumentare il dispendio energetico quotidiano, migliorare il tono dell’umore e, di conseguenza, favorire il dimagrimento e contrastare alcuni stimoli a mangiare in eccesso (l’ansia e lo stress, la sedentarietà, la noia).

Un approccio di questo tipo, basato su un percorso di educazione alimentare e strategie comportamentali da mettere in pratica sotto forma di auto-aiuto guidato, non sempre è risolutivo laddove i pazienti presentino un rapporto disfunzionale con il cibo radicato nel tempo, fame nervosa associata a malattie psichiche (ad esempio disturbi d’ansia e depressione) e disturbi del comportamento alimentare (bulimia, disturbo da alimentazione incontrollata). In questi casi è sempre opportuno e raccomandato che la dietoterapia sia preceduta o affiancata da un percorso di psicoterapia finalizzato ad individuare, affrontare e risolvere i conflitti interiori profondi e le cause di natura psicologica alla base del disturbo.